Facebook, tra grammatica e selfie

Feb

27

2019

Saper vivere nella jungla digitale. Stavamo dando un’occhiata a Facebook. E, dopo la teoria, riprendiamo il discorso entrando nel vivo del social network numero uno al mondo. Che è snobbato da una folta schiera di intellettuali (e pseudo tali) in quanto ritenuto il bar Sport virtuale. In effetti, e sia pur senza pretese accademiche,  rappresenta una piazza popolare dove ognuno si esprime senza ritegno.  O forse, nascosto dallo schermo e magari da un falso profilo, butta fuori il senso del vivere che cova dentro di sé, la sua sociocultura.

A partire da grammatica e ortografia di livello elementare e pre.   La maggior parte dei post contiene errori che vanno dalla declinazione dei verbi alla punteggiatura, passando per i mille altri rivoli dell’alfabetismo, esempi:o e a usati come verbi. Non convince la giustificazione di alcuni ” dipende dalla fretta”, perché allora …non scrivere in fretta.  Il punto è che l’impressione di chi legge un testo sgrammaticato, ovunque esso sia, non può essere positiva. Se si considera che diversi head hunter cercano persone cui offrire un lavoro di un certo livello proprio su Facebook, la conclusione è presto fatta. 

Sempre in ambito professionale, molti ritengono che il loro profilo FB sia assolutamente personale, nulla c’entri con la loro attività. Ma come è possibile, se è sotto agli occhi di chiunque? Suvvia, un po’ di buon senso logico.  E ogni foto, ogni dichiarazione, ogni commento viene letto da chi capita, per caso o per amicizia, oppure per via di un altro amico virtuale che ha commentato in quel rettangolino tecnologico. 

Le restrizioni di accesso ci sono, ma  blande, si sa. O non si sa? D’altronde è un social network, utilizzarlo come diario è da ingenui. A meno che non si voglia trasmettere quell’immagine di sé , tutt’altro discorso perché rientra in una precisa strategia. Non intendevo questo. Bensì mi riferivo a donne manager che postano decine di selfie al giorno in pose diviche,spesso cambiando look nel corso della giornata e in situazioni diverse , davanti a una statua, al mare, a un tramonto ( ma quando lavorano?). Idem per  gli uomini imprenditori – sempre selfie – al bar per  un caffé, poi nel bel ristorantino per  pranzo, infine per aperitivo e cena, in compagnia di amici o di belle ragazze (ma quando lavorano?). 

Ultima nota, poi passo e chiudo. I selfie stanno passando di moda. Uno ogni tanto , de gustibus.., ci può stare. Troppi no, incutono sospetti (vedi sopra) sulla professionalità dei vari personaggi, che passano per degli sfigati.Gente che non sa più che fare per attirare l’attenzione su di sé

 

 


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Note di bon-ton digitale

Feb

26

2019

Il saper vivere oggi, anno 2019

Note di bon-ton digitale (o meglio, come sopravvivere nell’era moderna più incivile)

Sì, i contenuti principali di questi appunti riguardano l’educazione, non in senso formale quanto di comportamento aggiornato e adeguato alle circostanze. Il saper vivere oggi, anno 2019.

Perché ruotiamo in un miscuglio scontornato composto da realtà reale e realtà virtuale. In una società che da liquida, per dirla con Baumann, sta diventando una palude increspata dall’inadeguatezza.

Partiamo da Facebook i cui numeri parlano chiarissimo.

Secondo gli ultimi rilevamenti, Facebook ha 2,2 miliardi di utenti attivi nel mondo. In Italia, 31 milioni ogni mese e 25 milioni ogni giorno. Il 48% sono donne, il 52% uomini. Non ultimo, il 58% ha più di 35 anni.

Vi riuscite a immaginare 25 milioni di persone che vivono quotidianamente (anche) su Facebook?

La fluidità del lifestyle contemporaneo si scontra con il caos generato tra essere e mostrarsi. La libertà di espressione su di un mezzo di comunicazione pubblico – quella democrazia, appunto, consentita dai social network – scatena vanità, invidia, egotismo, rivalse pseudo intellettuali.

Aspetti tenuti più o meno sotto controllo nella vita reale da forme di autocontrollo o consuetudini, irrefrenabili nel proprio profilo web, perlopiù inconsciamente vissuto come una compensazione alle frustrazioni della realtà reale.

In estrema sintesi, finalmente si è protagonisti, si ha un seguito, e pure dei fan, si possono mostrare gli spaghetti al sugo di pesce cucinati benissimo, dire la propria sul governo, postare aforismi, le immagini dei figli, come di Fido o di Bobi, pubblicare le foto del viaggio esotico. In modo che tutti possano vedere “quanto sono bravo/a”.

D’altronde, entrambi gli aspetti del vivere digital e live, fanno parte nello stesso, identico tempo della nostra quotidianità e stanno creando una gran confusione, con conseguente diseducazione/maleducazione.

No comment sull’ignoranza che aleggia soprattutto ( ma non solo) sui mezzi tecnologici e sui social, diretta conseguenza di una nuova forma di inciviltà.

Che non riguarda tutti, per somma fortuna. E i sopravvissuti allo sbandamento socioculturale del periodo, di ogni età e provenienza, notano con forte senso critico i cosiddetti webeti, addocchiati appunto in rete. Li allontanano e spesso si allontanano schifati da quella fettona di Internet che si chiama Facebook e rappresenta il maggior collettore al mondo di umanità. 


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2.827 euro di multa per il pattume al Comune di Milano

Feb

03

2019

2.827 euro per la monnezza al Comune di Milano: una piccola storia vera ( da leggersi per quella che è please, esente da politica, ideologie, dietrologie..) e fatemela raccontare! 

2.827 euro di multa per non aver detto al Comune di Milano che lasciavo la casa (?): e già, come la mettiamo con la santa tassa per la pattumiera? Così 2.872 euro è l’importo che ho appena “devoluto” al Comune di Milano.

Perché a fine settembre 2014, quando me ne sono andata dall’appartamento milanese che avevo affittato per un paio di anni ( da 15 risiedo a Leggiuno, in provincia di Varese ) non ho avvisato appunto il Comune di Milano.

Ok. Non lo sapevo. Avevo un regolare contratto di locazione, regolarmente disdetto a suo tempo. Di solito quando si è in regola si crede di esserlo in toto. Ma la proprietà non è tenuta ad avvisare il Comune del cambio di inquilini? Forse no. Allora come mai si fanno contratti d’affitto regolari, registrati, tassati? Per tutelare le parti, ok, ma non esiste un registro amministrativo? Forse sì, e non fa fede? Mah. Nessuno mi aveva delucidata in merito a una mia personale comunicazione al Comune di Milano. Né il padrone di casa, un anziano ometto brillante in quanto già brillo di prosecco al mattino, né l’ex intrepido amministratore del condominio, il cui studio ( ci sono entrata una sola, indimenticabile volta) è un mausoleo del ventennio, colmo di cimeli e simboli.

Per carità, non è certo colpa del Comune di Milano se quello stabile è/era gestito da una balzana accoppiata. 

Colpa mia sicuramente, dura lex sed lex.  Ma continuate a leggere se vi interessa il caso, la legge è legge, d’accordo in linea di principio. I fatti erano, sono e restano comunque fatti. Est modus in rebus.  

Considerazione: probabilmente avrei dovuto, anzi, a questo punto dovrei conoscere a menadito ogni legge, leggina, delibera amministrativa. E visto che in Italia si sa tutto cambia a velocità supersonica, l’unico modo per salvarsi dalle penalità della jungla burocratica pare sia quello di vivere in perenne allerta (e a proprie spese), attaccati quotidianamente ad avvocati, fiscalisti, commercialisti, Internet, Gazzetta ufficiale della Repubblica.

Uno scenario che a parer mio scivola nel caos del surreale: è come se il tempo psicofisico di un essere umano debba servire per scansare pignoramenti e il suo denaro per difendersi, pur non avendo deliberatamente commesso alcun reato. 

L’aspetto più inquietante, comunque, va oltre. Ci si trova di fronte a un oggettivo mix formato da: assenza di comunicazione tra comuni mortali e Istituzioni + mancanza di un reale costumer service ( intendo, di un efficiente servizio pubblico che dia spiegazioni e risposte concrete ai cittadini). 

Una ragione a questa défaillance ci sarà pure, suvvia, Milano è una metropoli internazionale. Va capito se il gap dipende da qualche incapacità organizzativa, da poltrone assegnate ai soliti fedeli, oppure da meri calcoli a tavolino.    

Bello parlare per macrosistemi. E nella pratica? Micro.  

E qui no, non è colpa mia.

Ecco i fatti.

Solo a fine agosto 2018 ricevo la prima notifica dal Comune di Milano che reclama la mia latitanza economica per il pattume. Allibita e ignara, telefono subito al municipale 020202 , parlo, chiedo, mi spiego: inutile, non è di loro competenza, nulla sanno. Mi fissano un appuntamento con la persona – definita dal centralino –  addetta alla mia pratica, primo posto disponibile una quindicina di giorni dopo.

E chiamo pure i due personaggi sopra citati: l’adoratore di bollicine però da tempo non risponde più alle mie telefonate, mi deve dei soldi e lesto se la svigna. E il nostalgico di fascio e dintorni, fingendo di essere un’altra persona e nonostante gli chieda di occuparsene come consulenza professionale (non a titolo di cortesia), mi sbologna malamente con un sarcastico “Il mio studio ha ben altro da fare”.

Immagino si riferisse al suo indicibile collezionismo di reperti che ovvio, richiede tanto impegno, davvero troppo

Impossibile pure risalire ai nuovi inquilini, c’è un gran via vai in quell’appartamento

Nel frattempo trovo l’email e scrivo, per chiarimenti, direttamente alla responsabile del Comune che ha firmato la prima missiva. Ohibò, dimenticandomi che in Italia, nella pubblica amministrazione, non usa rispondere o far rispondere da un incaricato ai cittadini.

Tolte queste divagazioni per spiegare un po’ il contesto, arrivo dal Lago Maggiore dove vivo, a metà settembre 2018, all’incontro fatidico fissato dal call center municipale, nella sede principale del Comune, in via Larga a Milano.

Nonostante data e ora preorganizzati, aspetto il mio turno per una buona mezz’ora. Niente dai, l’importante è chiarire la vicenda e saldare il mio debito. Avevo portato con me libretto degli assegni, carta di credito, Bancomat.

Però l’incaricato mi stoppa subito: no, non sono tenuto a ricevere denaro. L’unico aspetto di sua pertinenza? Digitare sul pc che da quel momento non occupo più l’appartamento in questione. Ma.. e la multa? Il computer non funziona bene e lui non sa quale sarà l’importo complessivo, a dire il vero non sa neppure varie altre cose. Però mi assicura e rassicura che verranno fatti i conteggi (come se ne potessi dubitare) e riceverò il saldo complessivo dovuto per la urbana nettezza a casa mia 

Ricevo la raccomandata del Comune di Milano, quella con l’ingiunzione di pagamento, a fine gennaio 2019: è datata 5 dicembre 2018.

Se entro 60 giorni dalla notifica della stessa non verso l’importo totale di 2.827 euro ( = pattume + sanzioni + interessi) mi verranno ipotecati i beni di mia proprietà.

Certo, posso rateizzare la somma, ma solo con talune procedure e comunque oramai è troppo tardi, i 60 giorni stanno scadendo. E a chi lo dico? 

Non ultimo, le condizioni per poterlo fare sono in alcuni punti astruse, per carità, magari son io la tonta, chiunque è perfettamente in grado di comprendere l’iter. Idem il contenuto della stessa ingiunzione, composta da una numerica sfilza di decreti, ai sensi del R.D., D.L., articoli tal dei tali.

Troppo tardi per fiondarmi da un legale e impugnare il provvedimento, e poi pure quello a mio carico

Leggo pure che “eventuali informazioni in merito all’atto notificato e al debito ingiunto potranno essere richieste presso gli uffici Recupero Evasione ICI-Tarsu , di via Catone 24 a Milano”

Al solito, bisogna fissare l’appuntamento allo 020202 con prenotazione obbligatoria. Considerato che lo danno almeno 15 giorni dopo la telefonata ( così mi avevano detto al call center: è prassi normale), mi sono evitata l’inutile viaggetto a/r dal Lago Maggiore a Milano.

Esausta in senso esistenziale, impotente, avvilita, mi sono diretta nella mia banca, la comoda filiale a pochi chilometri da dove vivo, per versare i 2.827 euro alla grande Milano.


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